Anche Londra si arrende. Verso il taglio dei tassi

Granitica, forse troppo, nel suo immobilismo, la Bank of England sta per cedere. Tira l’aria della resa a Threadneedle Street, dove il governatore Mark Carney sta sempre più accarezzando l’idea di dare un taglio ai tassi. È dal 2016 che la BoE non abbassa le leve monetarie. Una mosca bianca nel panorama delle principali banche centrali, tutte impegnate nel pronto soccorso alla crescita anche con l’impiego di misure non proprio ortodosse. Sarà per la natura britannica, spesso orientata in direzione ostinata e contraria rispetto al resto del mondo, ma l’istituto di Londra non ha fatto una piega di fronte alla strappo consumato con l’Europa in seguito al referendum «Leave vs. Remain» e neppure davanti a un’economia balbuziente che tanto soffre il duello commerciale fra Stati Uniti e Cina.

L’andamento della sterlina, scesa ieri sotto quota 1,30 dollari, indica che i mercati danno ormai per scontato l’allentamento del costo del denaro. Le parole in tal senso pronunciate ieri da Gertjan Vlieghe, uno dei membri del Comitato di politica monetaria, ne sono una conferma. Carney, il cui mandato è sostanzialmente scaduto (Andrew Bailey prenderà le redini della banca dopo il 15 marzo), ha temporeggiato in novembre e dicembre, forte del fatto che l’ala del dissenso fosse circoscritta a due, su nove, componenti il board. Ma ieri è arrivata la certificazione che l’economia langue: il Pil in novembre è aumentato di appena lo 0,6%, il ritmo più lento dal giugno 2012, e la produzione industriale è scesa su base annuale. Solo miracolose indicazioni dal fronte dell’occupazione, dell’inflazione e dalle vendite al dettaglio potrebbero deviare una rotta ormai già decisa. Nessuno sembra però far conto su un’improbabile resurrezione.

Anche perché, alla BoE, qualcuno ha fatto male i conti con la Brexit e col premier Boris Johnson, uscito rafforzato come un Tory dalla tornata elettorale che ha visto i laburisti ormai relegati negli strapuntini del Parlamento inglese. Le previsioni di novembre per una ripresa partivano dall’assunto che il Regno Unito avrebbe concordato un accordo di libero scambio con l’Ue quest’anno, in modo da ridurre l’impatto derivante dalla separazione con Bruxelles. Johnson sembra pensare ad altro. Duro come il marmo, non intende neppure estendere il periodo di transizione post-Brexit oltre il dicembre 2020.

In uno scenario già tipicamente ribassista per la sterlina, una riduzione dei tassi avrebbe l’effetto di deprezzare ulteriormente il pound senza la garanzia assoluta di ottenere un effetto di trasmissione dal mercato dei cambi all’economia reale. La BoE ha peraltro margini di manovra assai risicati, visto che il costo del denaro è attualmente allo 0,75%. Sparate tre cartucce da un quarto di punto ciascuna, l’istituto si ritroverebbe nelle condizioni di non aver armi per combattere un’eventuale recessione. A meno che il prossimo governatore decida di far ripartire la giostra del quantitative easing, fermata nel gennaio 2010 dopo che erano stati acquistati, a partire dal marzo dell’anno prima, per lo più titoli del debito inglese per un controvalore di 200 miliardi di sterline. Tutta roba che ai British interessa men che zero, occupati come sono a seguire la telenovela sul divorzio dalla Casa Reale di Harry e Meghan.