Coronavirus, il grido di aiuto dei precari della scuola

Hanno contratti che durano uno, due, tre giorni. Quando va bene una settimana. Ma con le aule vuote, questi precari, rischiano di andare sul lastrico

La precaria della scuola viene avvisata del nuovo lavoro da un’ora all’altra. Non ha tredicesime. Né quattordicesime. Sono un miraggio. Insegna, sa cosa vuol dire didattica. E alla notizia del governo di chiudere per il bene del Paese non hanno battuto ciglio: “Siamo con voi”. Poi però qualcosa va storto. I giorni passano e l’epidemia resta. I morti salgono, i contagiati pure. Così come i guariti, quei fortunati che in molti casi hanno avuto dal cielo il lusso di vivere la malattia sdraiati sul divano di casa. Soli. Ma comodi. La disperazione dei precari della scuola è una delle crisi nascoste che si celano dietro il coronavirus.

È un problema italiano. Ma a Roma e in Lombardia è un fenomeno che si sente molto di più. Tanti lavorano per la capitale, a chiamata, negli asili nido e non solo di tutta la città. Non sanno che ne sarà della loro busta paga con il dilagare dell’emergenza. Sono supplenti. Centinaia e centinaia di educatrici del comune. A oggi, per loro, con la chiusura degli istituti di ogni ordine e grado, non ci sono tutele. Il numero dei lavoratori che ruotano intorno alla scuola rimasti senza lavoro e senza salario è quasi impossibile da calcolare. Perché i dati sono molto frammentati. Se si osservano però le proteste che cominciano a emergere in rete e negli appelli al ministero dell’Istruzione ci si può fare un’idea dell’enormità del problema. Solo in Lombardia quattromila insegnanti sono in difficoltà. Solo nella provincia di Monza e Brianza 600, impiegati nei servizi sospesi in questi giorni. Gridano aiuto. Cercano, spesso invano, che qualcuno li ascolti.

A Roma com’è la situazione? Molti di loro, quando hanno sentito la sindaca, Virginia Raggi, in tv preoccuparsi per i lavoratori in nero sono rimasti senza parole. “Pensasse prima a noi, siamo in regola, dipendenti del comune, senza tutele”, lamentano i più. Sono maestre e maestri. Professori e professoresse in difficoltà. Precari senza stipendio che, quando va bene, si appoggiano a genitori pensionati. Quei vecchi che il male ha preso in antipatia. Molti di loro da anni vanno avanti aspettando la chiamata del mattino dagli uffici del municipio. Così funziona: un’insegnante regolare resta a casa per malattia o per permessi consentiti dalla legge 104? Ed è allora che scatta il loro momento.

Il municipio di riferimento avvisa la precaria in graduatoria da un’ora all’altra. Si lavora uno, due, tre giorni, una settimana, un mese a seconda dei casi. E se già la paga è magra, circa 800 euro al mese nel migliore dei casi, ora con la serrata delle scuole e il coronavirus non si ha alcuna garanzia. Funziona infatti come qualunque altro contratto a tempo determinato: la paga arriva anche in emergenza, fino a scadenza del contratto. Che in questo caso però è talmente breve che già la prossima busta paga sarà ridotta a zero.

Il governo gli ha chiesto di attivare la Naspi. La disoccupazione. Ma molti di loro tracollano: “Non è giusto chiederci di attivare la Naspi, serve per le emergenze, per quando non veniamo chiamati”. In molti, anche dagli ambienti sindacali, stanno suggerendo di attivare l’indennità mensile di disoccupazione, istituita da decreto legislativo del 2015. Ma i supplenti questo non vogliono ascoltarlo. “C’è chi l’ha già terminata, e chi ne avrà bisogno a prescindere dal coronavirus”. Insomma, coprire un’emergenza con le soluzioni già presenti per risolvere altre emergenze rischia di essere inutile.

Dal Campidoglio si precisa che gli ammortizzatori sociali per le categorie a rischio sono competenza del governo centrale. Vero. Quel che invece spetta all’ente locale riguarda la stabilizzazione delle insegnanti precarie. Tema sul quale la giunta Raggi ha rivendicato diverse azioni. Troppo poco per questi invisibili. Questo esercito di lavoratori e lavoratrici si stanno chiedendo: mi pagheranno? Quanto? E quando? “Reddito di quarantena per tutti”, dicono gli striscioni dei precari che circa una settimana fa si sono dati appuntamento sotto la sede della regione Emilia-Romagna. Una citazione ironica destinata al ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, e a tutto il Movimento 5 Stelle, attivissimo nel chiedere la sospensione dell’attività scolastica, ma assai meno solerte nel tamponarne le conseguenze.

La scuola non è ovviamente l’unico settore che tira avanti a fatica. Che ne sarà degli altri? Nessun paracadute aiuterà chi lavora a cottimo, come i riders. Quegli eroi in bici dono della tecnologia. Per i lavoratori dipendenti tutto si risolverà in quello che ormai viene definito smart-working. Per gli altri: boh. Non si sa. O, forse, non lo si vuol capire.

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